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HEADING TO MONTREAL: PENSIERI IN LIBERTA’

Il titolo riflette la mia incertezza, dubbio insoluto sull’argomento di questo post. A chi accordare la mia preferenza, facendomi nel contempo interprete e megafono della sua voce?

Il fatto è che sto attraversando un’ esperienza plurima: da un lato, lo spostamento fisico da Toronto a Montreal, il long weekend e 500 km di boschi aranciati; dall’altro lato i viaggi virtuali dei miei pensieri, rapidi, violenti, e in assoluta libertà

Ora, non è facile scegliere.

Questo megabus si presenta stipato di interessanti figure, comprimari del mio viaggio, ciascuno, a suo modo, protagonista nel proprio.

Padre e figlio giapponesi, arrivati tardi, non hanno trovato posto vicini, ma si cercano con gli sguardi e con i suoni gutturali del loro idioma, musica strana ed esotica alle mie orecchie; il festoso e chiassoso gruppetto di bride-to-be e damigelle, che pregustano l’ultima occasione di bagordi e tentazioni, coroncine di cartone, e controllo ossessivo del cellulare forse in cerca di un segnale da lui; la coppietta di Parigi, dolcemente cinguettante, trangugiando toast e uova per mimetizzarsi nel quartetto yankee che li circonda al tavolino; la mia dirimpettaia, signora di cui non discerno a pieno l’etnia (forse asia, forse sud america) non avendo mai calato dagli occhi ingombranti occhiali neri, scura e con un inglese incerto, che stringe gelosamente una borsa in cui, mi ha detto, racchiude breakable stuff…ho trascorso qualche minuto sospesa tra congetture, cercando di indovinarne il contenuto dalla forma e dalle dimensioni…ma invano, la fragilità e la preziosità sono attributi troppo individuali, che ciascuno distribuisce con sussiego e originalità.

Quanto a me, posto con finestrino, piano inferiore, ultima fila, così da poter abbassare a piacimento il sedile e sferzare ogni tanto le gambe dormienti. Sarebbe curioso sapere come viene decifrata la mia identità dai miei compagni di traversata. Gli indizi non mancano: scrivo su un mac in italiano, viaggio con la cartella del liceo in cui ho infilato alla rinfusa maglioni e ballerine (just in case!), mi sottraggo all’aria condizionata avvolgendomi in uno scialle turchino dell’India, stivali e bag rubati alla gioventù seventies di mia mamma ammodernati da leggings e maxi camicia. Rifuggo qualsiasi cibo, la colazione per me è stata un semplice earl grey.

Mi sento un po’ come Moscarda nella commedia Pirandelliana, 100.000 possibili letture, diffrazioni di una medesima identità, che io presumo a me nota, di mia competenza e costruzione, e che in realtà è fantasma virtuale e futuribile, granello delle mie esperienze, tracciato delle mie possibilità.

E questo ci riconduce al secondo contendente in cerca di qualche parola, la mia mente.

Ora, non è che io dialoghi apertamente con il mio cervello, modello Homer Simpson. Solo, talvolta, mi sdoppio, scorgendomi trasognata, e subito avverto l’istinto di fermare sulla carta tale girovagare.

Penso al giornalismo, non lo nego. Ieri è uscito l’articolo con la mia firma, strano mix di emozioni, non tanto proiettate al passato, ma ad un futuro di sogno e responsabilità. Penso a Lui, che si destreggia amabilmente con la mia famigliuola umana e canina, attesa frenetica di essere noi famiglia. Guardo fuori dal finestrino, le distanze canadesi hanno un che di sublime e malinconico. Arrivata a Toronto, fervore turistico, non potevo smettere di scattare foto ed essere certa di avere documenti tangibili, petite madeleine a sollecitare la mia memoria, chissà tra quanto tempo. Ed ora invece, capire che io racconterò Sai, l’estate che vissi a Toronto, e non serviranno foto, ma parole, che non vengono impresse dalla luce, piuttosto sedimentandosi nella fotocamera virtuale, che sono i tuoi occhi, e il tuo pensiero, quando dismessi i panni di turista, di una città ti senti cittadino. Ed è veramente una città che riempie lo sguardo, immenso orizzonte trafitto da irte costruzioni.

Guardo fuori dal finestrino, di nuovo. Pensare che l’Ontario è grande 3 volte l’Italia. Pensare che con 500 km, lo stivale lo calzerei quasi per intero. Mentre qui si le ruote del bus divorano le linee bianche delle corsie, segno che si avanza, anche quando in realtà la sensazione è quella di non essersi mai mossi. O forse perché sono troppi i selciati percorsi dal pensiero che il corpo si erge quale bussola immobile e approdo di eterno ritorno.

Guardo l’orologio. Ancora 2 ore abbondanti, è tempo di musica, è tempo di Montreal.

 

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